Indumenti da lavoro nelle settimane più calde dell’anno

Il rapporto fra caldo e lavoro non è mai stato idilliaco e si sa.

Ma l’importanza di avere una divisa sempre impeccabile anche sotto il sol leone per alcuni datori di lavoro viene sempre prima di tutto, decisivo sarebbe però trovare il giusto compromesso fra dipendenti accaldati e responsabili poco elastici.

La questione che, si ripropone annualmente con l’arrivo della stagione, quest’anno viene portata alla ribalta da alcuni autisti di autobus e tram che a Nantes hanno deciso di protestare contro l’azienda che non permetteva loro di andare in tenuta estiva con pantaloncini o comunque cose più leggere. Una singolare presa di posizione che però pone l’annoso quesito: come conciliare una divisa perfetta e il caldo dell’estate?

Premettendo che su dalavoro.it molti dei capi sono stati realizzati anche con materiale perfetto per l’estate ecco elencati di seguito alcuni consigli preziosi:

La cravatta, in un ambiente formale può essere anche risparmiata, la giacca forse anche, ma per la parte superiore del corpo, è auspicabile scegliere una camicia o una polo. No alla maglietta dunque e assolutamente no alla canotta stile mare. In qualche ufficio, i bermuda sono tollerati ma se vogliamo comunque mantenere intatto il nostro appeal, il pantalone corto sarebbe da evitare.

Scegliete piuttosto un pantalone di lino e vi sentirete ugualmente a vostro agio.

Non evitare i calzini che seppur ormai la moda tenda a estinguerli in ufficio sono indispensabili per un abbigliamento idoneo.
Quello a cui rinunciare indiscutibilmente negli orari di lavoro sono le ciabatte, infradito o cose simili. Se non altro perdereste qual gusto impagabile di spogliarvi e mettervi comodi appena la giornata di lavoro sarà terminata.

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Gli indumenti da lavoro alla settimana della moda

Abiti da lavoro alla settimana della moda di Milano

L’importanza di avere gli abiti da lavoro sempre impeccabili e, perché no, alla moda adesso è certificato anche nei saloni che la moda la fanno.

Alla settimana della moda di Milano, infatti, Silvia Fendi, a capo dell’omonima azienda romana nata con la pellicceria ha fatto sfilare i suoi modelli con abiti da lavoro “originali e diversi”. Il tutto sembra essere partito da due semplici domande: “Come si vestono i decision makers di oggi? E come si vestiranno quelli di domani?”

Il risultato è stata una creazione di leggeri vestiti di nylon trasparenti accattivante e totalmente contemporaneo.

È proprio la creatrice a spiegarne l’idea:  “È abbigliamento per dirigenti. Ho preso i codici tradizionali dell’abbigliamento dei manager, come bretelle, cravatte e mocassini, mescolandoli però con un atteggiamento più rilassato. I tempi hanno cambiato le cose molto velocemente. Oggi puoi avere un CEO sedicenne di una start-up che diventa un’azienda milionaria in un paio di minuti. Quindi, gli atteggiamenti cambiano e codici sono sovvertiti. Permette ad un uomo di lavorare da bordo piscina, al ristorante o a casa”.

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Il tempo di vestizione e il dibattito sulla giusta retribuzione

Tempo di vestizione

Uno dei dibattiti inaspettatamente più accesi fra chi si interroga sulle condizioni dei lavoratori, è quello che riguarda il tempo di vestizione: cioè il diritto dei lavoratori ad ottenere la retribuzione anche per il tempo necessario ad indossare e poi togliere gli abiti da lavoro.
I casi più rappresentativi di questo dibattito sono su tutti i lavoratori del settore ospedaliero e i lavoratori del settore alimentare, sempre a contatto con le rispettive norme igieniche. Due casi in cui la vestizione richiede molto tempo.
Da questi esempi prende parte la domanda: il tempo di vestizione deve essere retribuito?
Alcuni esperti della materia hanno diviso il tutto in due ipotesi secondo cui dividere i casi:
La prima ipotesi è quella in cui sia data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo ed il luogo ove indossare la divisa. Se, ad esempio, il dipendente può scegliere di indossare la divisa presso la propria abitazione e prima di recarsi al lavoro la relativa attività, secondo la giurisprudenza dominante, fa parte degli atti di mera diligenza preparatoria allo svolgimento della prestazione lavorativa. Detta attività meramente preparatoria, come tale, non deve essere retribuita.
La seconda ipotesi, invece, si verifica quando il lavoratore non ha alcuna facoltà di scelta in quanto le attività di vestizione sono dirette dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione.
In tal caso, il tempo necessario per indossare e poi togliere la divisa o gli abiti di lavoro rientra nell’orario di lavoro effettivo, che in quanto tale dovrà essere retribuito.
dall’esplicita disciplina d’impresa, che risultare implicitamente dalla natura degli indumenti da indossare o dalla specifica funzione che essi devono assolvere nello svolgimento della prestazione.

Per leggere la questione vista dagli esperti di Laleggeugualepertutti.it nei sui aspetti più tecnici clicca qui

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Indumenti da lavoro ad alta visibilità. Tutto quello che c’è da sapere

vestiti operai alta visibilità

Il datore di lavoro è obbligato a tutelare le persone che svolgono la propria attività in situazioni di probabile rischio come, ad esempio, chi agisce in sulle strade o in cantieri in prossimità. Leggi tutto “Indumenti da lavoro ad alta visibilità. Tutto quello che c’è da sapere”

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Tempi duri per i selfie in divisa

Vita dura per i selfisti anonimi, almeno per gli amanti del genere #InDivisa o #AtWork. Dopo il divieto imposto ai medici in sala operatoria, scatta la restrizione anche in altri settori. Ad esempio, si stanno muovendo i vertici della polizia e il Csm, mentre carabinieri e guardia di finanza erano intervenuti già qualche anno fa.

Già in una circolare del 2013, infatti, i vertici dell’Arma e delle Fiamme gialle avevano vietato ai loro uomini di postare commenti, fotografie, o qualsiasi altro intervento sui social che potesse lasciar intendere che quella espressa era la posizione di carabinieri e guardia di finanza e non solo dei singoli utenti.

Ora lo stesso sembra intenzionata a fare la polizia. L’obiettivo sembra quella di limitare i commenti social degli agenti che, spesso, rischiano di essere interpretati come una presa di posizione condivisa dall’intera istituzione. La stretta allo studio dovrebbe quindi riguardare, come già succede per carabinieri e finanzieri, il modo in cui si opera sui social: sì al profilo personale, ma solo come privati cittadini e non come appartenenti alle forze dell’ordine.

Una misura analoga potrebbe essere adottata anche dal Csm dopo diversi episodi che hanno visto magistrati contestare sui social persone o addirittura sentenze: anche qui, la soluzione sarebbe quella di consentire l’attività su Facebook, ma solo chiarendo che gli interventi sono espressi a titolo privato e non a nome dell’istutizione.

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